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Trasferimenti d'autorità degli Ufficiali AM: troppa arbitrarietà. Il SIAM chiede trasparenza e l'intervento del Parlamento.

24-05-2021

 

Questi giorni in moltissimi reparti dell’A.M. si è registrato grande fermento ed agitazione a seguito dell’emanazione della pianificazione sull’impiego degli ufficiali. Sembra che la logica fondamentale alla base di questa programmazione sia stata quella di trasferire quegli ufficiali impiegati da lungo tempo presso il medesimo ente. Situazione che riguarda un gran numero di Tenenti Colonnelli.

 

A prima vista sembrerebbe che non ci sia nulla di male se non fosse che, analizzando nello specifico le varie casistiche, non sempre è facile cogliere in questi provvedimenti l’applicazione dei noti principi di efficienza, buon andamento ed economicità dell’amministrazione. In molti casi infatti le posizioni nuove che viene richiesto di occupare agli interessati non tengono in alcun conto il loro profilo di impiego e la loro professionalità acquista in specifici settori nel corso degli anni.

Anzi, l’unica logica che sembra emergere è quella dello spostamento del personale solo per un malcelato convincimento che la rotazione a prescindere sia comunque un bene.

 

In effetti, tale logica potrebbe avere senso se venisse applicata in un contesto diverso da quello che vivono oggi le Forze Armate in Italia. Infatti, in molti paesi NATO, alle esigenze di mobilità del personale si affianca una rete di supporto e sostegno per gli interessati e le loro famiglie (alloggi, scuole per i figli e, in alcuni casi, lavoro per il coniuge). Inoltre, i trasferimenti avvengono secondo logiche di trasparenza che rendono chiari gli obiettivi perseguiti e le indiscutibili esigenze operative sono virtuosamente equilibrate da diritti e tutele riconosciuti agli interessati.

Ecco! Da noi, invece, dove tutto questo è lungi dal concretizzarsi, la mobilità è un salto nel vuoto.

I trasferimenti di tal specie creano centinaia di nuovi pendolari e mettono in crisi altrettanti nuclei familiari (in tal senso sarebbe interessante disporre di un quadro statistico delle separazioni e dei divorzi nel mondo militare rispetto al resto del paese) e a fronte di ciò si fatica a percepire quali siano i benefici effettivi per l’organizzazione. Mentre sono ben chiari i costi legati al pagamento di un enorme numero di “leggi 100” e quelli derivanti dall’incremento del contenzioso con l’Amministrazione per via degli inevitabili ricorsi avviati presso la Giustizia Amministrativa per la revoca di siffatti provvedimenti.

 

Il vertice militare però prosegue per la sua strada nella consapevolezza di essere tecnicamente in una posizione di forza, grazie a una serie di regole e sentenze che nel corso degli anni hanno consolidato questo quadro di riferimento.

Logica vuole, quindi, che quando sono le regole a creare sperequazioni e a non risolvere i problemi oggettivi per le quali sono state varate, producono effetti nefasti sul personale. Con la conseguenza che quest’ultimo sarà demotivato e inevitabilmente meno determinato nell’assolvimento dei suoi compiti, se non altro perché tutti i problemi personali e familiari innescati dal trasferimento, viva forza influiscono sulla mente di chi dovrebbe invece essere messo nella migliore condizione possibile di serenità necessaria ad assolvere i propri compiti. Ecco! Queste regole devono essere modificate dalla politica che in Parlamento ha la potestà di intervenire, nell’interesse del paese e dei suoi cittadini.

Decenni di reiterati riordini nelle Forze Armate e di discussioni sulla revisione dello strumento militare non sono riusciti a realizzare un Sistema Difesa in grado di conciliare realmente le esigenze funzionali con quelle degli uomini e delle donne che lo compongono. Invece di un quadro organico ed omogeneo, infatti, si sono susseguiti una serie di provvedimenti patch-work che hanno generato tante incongruenze ed illogicità che, come spesso accade, finiscono per essere in conflitto l’uno con l’altro.

 

Come SIAM siamo convinti che occorra una riflessione seria sul ruolo delle Forze Armate nel nostro paese, che porti ad una stagione di riforme che consenta di superare una volta per tutte i pregiudizi che i militari si portano dietro dal dopoguerra, anche attraverso un reale riconoscimento dei diritti e delle tutele per i cosiddetti “lavoratori con le stellette”.

Occorre creare, finalmente, un corpus unico e solidale con tutto il paese, grazie ad un sistema più trasparente e democratico, che faccia superare la sterile retorica che permea troppo spesso i giudizi sui militari e che sia in grado di esaltare le capacità e le attitudini degli uomini e delle donne che scelgono di indossare una divisa al servizio della collettività.

 

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