TFS: stop ai ritardi. La Consulta bacchetta lo Stato

La Corte Costituzionale torna a pronunciarsi su una questione che riguarda centinaia di migliaia di lavoratori pubblici, tra cui i militari: il pagamento del Trattamento di Fine Servizio (TFS).

Con l’ordinanza n. 25 del 2026, la Corte ha nuovamente e a chiare lettere espresso l’avviso secondo cui è incostituzionale il sistema attuale, che prevede il pagamento della liquidazione in modalità differita - spesso in più rate - arrivando in molti casi anche a diversi anni dalla cessazione dal servizio del dipendente avente titolo, palesando inequivocabilmente il convincimento della inadeguatezza dei blandi correttivi normativi che sono seguiti alle precedenti pronunce della Corte appositamente richiamate anche nell’ordinanza, vale a dire le sentenze n. 159/2019 e 130/2023.

Il messaggio è chiaro e cristallino: il pagamento differito e rateizzato del TFS pone seri problemi di compatibilità con l’articolo 36 della Costituzione, che tutela il diritto del lavoratore a una retribuzione adeguata e proporzionata; quindi, affinché si abbia giusta retribuzione, l’emolumento deve essere congruo e tempestivo.

Ma quanto precede non è certo una novità, posto che già in passato la Corte Costituzionale si era espressa in tal senso, pur dichiarando l’inammissibilità delle questioni sollevate, ritenendo che competesse al legislatore mettere mano alla questione, adottando normative più coerenti con l’assetto costituzionale.

Ma il legislatore ha dimostrato una certa refrattarietà, così che nuovamente si è richiesto l’intervento della Corte, la quale anche in tale occasione ha preso tempo ed ha dato un tempo:

  • al legislatore che dovrà trovare le soluzioni entro e non oltre la prossima udienza, in calendario per il 14.01.2027;
  • ai lavoratori, anche militari, che continueranno a subire le attuali lesioni, con il versamento differito del TFS, non potendo percepire ancora – per quanto tempo non è dato sapersi – quanto hanno titolo di avere in base ad una precisa norma costituzionale che è lì immobile da quando è stata scritta e sino ad oggi, pare, non correttamente compresa;
  • a sé stessa, lasciandoci la speranza che, per il caso di ulteriore inerzia del legislatore, alla prossima udienza del 27.01.2027 abbia la forza di decidere in linea con quanto ha espresso.

Dunque, il legislatore ha circa un anno di tempo per adeguarsi, con una manovra inevitabilmente duplice con la quale dovrà:

  • cambiare la normativa;
  • individuare idonei meccanismi di assorbimento della relativa spesa.

Se la Corte avesse abrogato le norme ritenute illegittime, anziché mettere in mora ulteriormente il legislatore, tale decisione avrebbe avuto l’effetto di una deflagrazione e pertanto, in disparte lo “spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale”, il bene di tutti ha prevalso sul bene di molti, gli stessi soliti dipendenti pubblici che portano a casa nuovamente… Niente!

Il SIAM ritiene che la questione del TFS rappresenti una delle anomalie più gravi nel trattamento economico del personale militare e di tutto il pubblico impiego. Non è accettabile che lo Stato, dopo una vita di servizio resa alla collettività, ritardi per anni il pagamento di somme che appartengono già al lavoratore, beneficiando di un differimento che nessun datore di lavoro privato potrebbe permettersi.

Il paradosso è evidente: lo Stato, che dovrebbe essere il primo garante della legalità costituzionale, si avvale di norme che la stessa Corte Costituzionale ha ripetutamente definito incompatibili con i principi fondamentali della Carta.

La nostra Organizzazione sindacale chiede con forza che il legislatore intervenga entro il termine fissato dalla Corte Costituzionale con una riforma strutturale che garantisca:

  • tempi di pagamento rapidi e certi, eliminando definitivamente il meccanismo dilatorio che trasforma un diritto in un'attesa estenuante;
  • modalità sostenibili di copertura finanziaria, individuando risorse adeguate senza scaricare l'onere sui lavoratori attraverso meccanismi di anticipazione onerosa;
  • la piena tutela del valore economico delle somme maturate, prevedendo forme di rivalutazione che compensino la perdita di potere d'acquisto derivante dal differimento.

Il termine del 14 gennaio 2027 rappresenta l'ennesima "ultima chiamata" per il legislatore. L'inerzia non è più un'opzione. I militari e i dipendenti pubblici non chiedono privilegi, ma solo il rispetto della Costituzione. E la Costituzione, a differenza dei bilanci dello Stato, non ammette né deroghe, né proroghe.

Il SIAM continuerà a vigilare affinché i diritti del personale militare siano pienamente tutelati e a sollecitare le istituzioni competenti per l'adozione di una riforma che ponga fine a un'ingiustizia che dura da troppo tempo.

Perché chi ha servito lo Stato ha diritto di essere servito dallo Stato con la stessa lealtà.

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