La Corte Costituzionale torna a pronunciarsi su una questione che riguarda centinaia di migliaia di lavoratori pubblici, tra cui i militari: il pagamento del Trattamento di Fine Servizio (TFS).
Con l’ordinanza n. 25 del 2026, la Corte ha nuovamente e a chiare lettere espresso l’avviso secondo cui è incostituzionale il sistema attuale, che prevede il pagamento della liquidazione in modalità differita - spesso in più rate - arrivando in molti casi anche a diversi anni dalla cessazione dal servizio del dipendente avente titolo, palesando inequivocabilmente il convincimento della inadeguatezza dei blandi correttivi normativi che sono seguiti alle precedenti pronunce della Corte appositamente richiamate anche nell’ordinanza, vale a dire le sentenze n. 159/2019 e 130/2023.
Il messaggio è chiaro e cristallino: il pagamento differito e rateizzato del TFS pone seri problemi di compatibilità con l’articolo 36 della Costituzione, che tutela il diritto del lavoratore a una retribuzione adeguata e proporzionata; quindi, affinché si abbia giusta retribuzione, l’emolumento deve essere congruo e tempestivo.
Ma quanto precede non è certo una novità, posto che già in passato la Corte Costituzionale si era espressa in tal senso, pur dichiarando l’inammissibilità delle questioni sollevate, ritenendo che competesse al legislatore mettere mano alla questione, adottando normative più coerenti con l’assetto costituzionale.
Ma il legislatore ha dimostrato una certa refrattarietà, così che nuovamente si è richiesto l’intervento della Corte, la quale anche in tale occasione ha preso tempo ed ha dato un tempo:
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Dunque, il legislatore ha circa un anno di tempo per adeguarsi, con una manovra inevitabilmente duplice con la quale dovrà:
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Se la Corte avesse abrogato le norme ritenute illegittime, anziché mettere in mora ulteriormente il legislatore, tale decisione avrebbe avuto l’effetto di una deflagrazione e pertanto, in disparte lo “spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale”, il bene di tutti ha prevalso sul bene di molti, gli stessi soliti dipendenti pubblici che portano a casa nuovamente… Niente!
Il SIAM ritiene che la questione del TFS rappresenti una delle anomalie più gravi nel trattamento economico del personale militare e di tutto il pubblico impiego. Non è accettabile che lo Stato, dopo una vita di servizio resa alla collettività, ritardi per anni il pagamento di somme che appartengono già al lavoratore, beneficiando di un differimento che nessun datore di lavoro privato potrebbe permettersi.
Il paradosso è evidente: lo Stato, che dovrebbe essere il primo garante della legalità costituzionale, si avvale di norme che la stessa Corte Costituzionale ha ripetutamente definito incompatibili con i principi fondamentali della Carta.
La nostra Organizzazione sindacale chiede con forza che il legislatore intervenga entro il termine fissato dalla Corte Costituzionale con una riforma strutturale che garantisca:
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Il termine del 14 gennaio 2027 rappresenta l'ennesima "ultima chiamata" per il legislatore. L'inerzia non è più un'opzione. I militari e i dipendenti pubblici non chiedono privilegi, ma solo il rispetto della Costituzione. E la Costituzione, a differenza dei bilanci dello Stato, non ammette né deroghe, né proroghe.
Il SIAM continuerà a vigilare affinché i diritti del personale militare siano pienamente tutelati e a sollecitare le istituzioni competenti per l'adozione di una riforma che ponga fine a un'ingiustizia che dura da troppo tempo.
Perché chi ha servito lo Stato ha diritto di essere servito dallo Stato con la stessa lealtà.