RICORSI SINDACALI: QUANDO LA LEGITTIMITA' DIPENDE DA CHI LI PROPONE

Il SIAM denuncia: "Delegittimare le iniziative altrui indebolisce l’intero sindacalismo militare".


Il SIAM – Sindacato Aeronautica Militare esprime profondo rammarico e fermo biasimo per i contenuti di alcune recenti comunicazioni sindacali nelle quali, attraverso espressioni allarmistiche e riferimenti neppure troppo velati ad altre organizzazioni, si tenta di screditare il ricorso alla giustizia amministrativa quale legittimo strumento di tutela dei diritti del personale militare.

Definire le iniziative giudiziarie altrui come scommesse, trappole, promesse a pagamento o addirittura cappi al collo non rappresenta, a nostro avviso, un modo serio e responsabile di fare informazione sindacale.

La competizione tra organizzazioni sindacali è legittima. La delegittimazione sistematica degli strumenti di tutela utilizzati da altre sigle, invece, indebolisce la credibilità dell’intero movimento sindacale militare.

Il ricorso alla magistratura non è un espediente commerciale, né un’avventura da demonizzare. È uno strumento riconosciuto dall’ordinamento e garantito dall’articolo 24 della Costituzione, attraverso il quale i cittadini, compresi i militari, possono chiedere l’accertamento e la tutela dei propri diritti.

Naturalmente, nessun ricorso può essere accompagnato dalla garanzia di un esito favorevole. Ogni iniziativa giudiziaria richiede un’attenta valutazione dei presupposti giuridici, delle prospettive di successo, dei costi e degli eventuali rischi. Ma questo è ben diverso dal rappresentare indistintamente il contenzioso come un pericolo dal quale il personale dovrebbe tenersi lontano.

Sorprende, peraltro, l’evidente contraddizione in cui incedono quelle sigle che, mentre mettono in guardia i militari dai ricorsi promossi da altre organizzazioni e lanciano allarmi, al contempo promuovono o pubblicizzano candidatamente le proprie di iniziative giudiziarie.

C’è chi rivendica con orgoglio ricorsi per il riconoscimento di determinati diritti economici e normativi e chi, contemporaneamente, mette in guardia il personale dalle iniziative giudiziarie intraprese da altre organizzazioni sindacali, arrivando a rappresentarle come operazioni rischiose o addirittura speculative.

Dovremmo quindi concludere che i ricorsi giurisdizionali sono strumenti seri e legittimi soltanto quando vengono promossi dalla propria organizzazione, mentre diventano rischiosi o speculativi quando sono intrapresi da altri?

È un tema che meriterebbe una riflessione, prima ancora che una risposta.

Ma se davvero vogliamo parlare di correttezza, trasparenza e tutela degli iscritti, allora il confronto dovrebbe riguardare anche un’altra questione, assai più delicata: i possibili conflitti di interesse all’interno delle stesse organizzazioni sindacali.

Siamo dell’avviso che se un sindacato stipula accordi per l’assistenza legale dei propri iscritti con società nelle quali figurano, tra i soci, esponenti dei suoi stessi vertici, il problema che si pone non è se la condotta sia o meno vietata da una qualche norma giuridica, perché anche in assenza di divieti normativi permangono ragioni di opportunità, indipendenza e trasparenza che dovrebbero spingere ad evitare ogni possibile conflitto d’interessi, anche solo potenziale.

Ci si chiede se, in tali casi, gli iscritti vengano adeguatamente e preventivamente informati di questi intrecci societari. Chi assuma le decisioni. Con quali criteri vengono individuati i soggetti convenzionati. Se siano adottate garanzie per evitare che interessi personali e responsabilità sindacali si sovrappongano annullandosi.

Sono interrogativi legittimi, che non presuppongono alcuna irregolarità, ma chiamano in causa la credibilità di chi rappresenta migliaia di lavoratori.

Perché prima di descrivere i ricorsi degli altri come trappole, scommesse o promesse a pagamento, sarebbe opportuno dimostrare altrettanto rigore nel rendere trasparenti i rapporti tra la propria organizzazione, i suoi dirigenti e le società che prestano servizi agli iscritti.

La legalità è imprescindibile. Ma la credibilità sindacale richiede anche qualcosa di più: indipendenza, trasparenza e assenza di opacità nelle proprie scelte.

Il SIAM ha sempre considerato il confronto istituzionale, la contrattazione, le diffide e le iniziative giudiziarie strumenti diversi ma complementari, da utilizzare secondo la natura delle problematiche e le concrete possibilità di tutela.

Lo abbiamo dimostrato con l’azione giudiziaria sui cosiddetti turni mascherati, con le iniziative per il riconoscimento dei recuperi delle festività e, più recentemente, con il ricorso promosso per verificare la correttezza dell’adeguamento ISTAT delle retribuzioni del personale dirigente.

Non abbiamo mai sostenuto che rivolgersi a un giudice significhi avere automaticamente ragione. Sosteniamo, invece, che quando esistono fondati elementi di illegittimità, rinunciare preventivamente alla tutela giudiziaria significherebbe privare il personale di uno degli strumenti più importanti a sua disposizione, a maggior ragione quando è quello stesso personale a chiedere di accedere alla tutela giurisdizionale.

Anche sulla previdenza complementare e dedicata assistiamo a una singolare competizione nell’attribuzione dei meriti e nella presentazione delle soluzioni.

Da una parte, c’è chi rivendica l’apertura del tavolo presso il Dipartimento della Funzione Pubblica come risultato della sottoscrizione del contratto 2025-2027, dimenticando che già nel giugno 2024 il SIAM, insieme ad altre organizzazioni sindacali, ne aveva formalmente richiesto l’avvio.

Dall’altra, c’è chi presenta una diffida collettiva come uno strumento capace di mettere al sicuro il futuro previdenziale degli iscritti, arrivando a prospettare il blocco della prescrizione e una tutela priva di rischi.

Ma una diffida, pur potendo produrre determinati effetti giuridici, non garantisce automaticamente la soddisfazione di qualsiasi pretesa risarcitoria, né risolve il problema della mancata attuazione della previdenza complementare, né tanto meno produce diritti che non ci sono. L’efficacia interruttiva della prescrizione dipende da precisi presupposti giuridici tra cui, oltre quelli formali, la sussistenza stessa dei diritti e la possibilità e facoltà di azionarli.

Trasformare uno strumento cautelativo in una garanzia generalizzata rischia di alimentare proprio quelle illusioni dalle quali si pretende di mettere in guardia il personale.

Riteniamo necessario riportare il confronto su un piano di maggiore serietà: l’apertura di un tavolo non costituisce di per sé un risultato previdenziale concreto, così come una diffida non garantisce automaticamente il riconoscimento dei diritti rivendicati.

Sono strumenti differenti, ciascuno con la propria funzione e i propri limiti, che non possono essere trasformati in risultati acquisiti per finalità di propaganda sindacale.

La previdenza del personale militare richiede soluzioni normative, risorse economiche e un confronto istituzionale concreto, non primogeniture da rivendicare o facili illusioni da alimentare.

Riteniamo quindi che il personale abbia diritto a informazioni corrette e complete, non a contrapposizioni costruite sulla paura o sulla rappresentazione negativa delle iniziative altrui.

Il punto, però, è soprattutto un altro, ed è quello che maggiormente ci preoccupa.

Il sindacalismo militare è una conquista relativamente recente, ottenuta dopo anni di battaglie per il riconoscimento di diritti e prerogative che in altri comparti del pubblico impiego costituiscono da tempo una realtà consolidata.

Abbiamo ancora molto lavoro da svolgere per rafforzare la contrattazione, ampliare le tutele, ottenere maggiori diritti sindacali e affermare una piena dignità della rappresentanza del personale militare.

In questo contesto, continuare ad alimentare una competizione basata sulla delegittimazione reciproca rischia di produrre un solo risultato: indebolire tutte le organizzazioni sindacali, compromettere la fiducia del personale e offrire ulteriori argomenti a chi continua a considerare il sindacalismo militare un interlocutore marginale.

Le differenze di impostazione, le critiche e perfino le contrapposizioni sono fisiologiche e, se leali, finanche costruttive. Non lo è, invece, trasformare ogni iniziativa altrui in un’occasione per mettere in discussione la serietà e la credibilità dell’attività sindacale nel suo complesso.

Il SIAM non intende partecipare a questa gara al discredito.

Continueremo a confrontarci con le istituzioni quando esistono spazi di dialogo ed a cercare di conquistarne altri, a formulare proposte quando occorrono interventi normativi e a rivolgerci alla magistratura quando riteniamo che vi siano diritti da tutelare nelle sedi competenti. Senza promettere vittorie, senza alimentare illusioni e, soprattutto, senza pretendere che le iniziative intraprese da altri sindacati siano necessariamente sbagliate soltanto perché diverse dalle nostre. 


La tutela del personale non dovrebbe diventare terreno di propaganda contro chi esercita legittimamente la stessa funzione di rappresentanza. Ai colleghi dobbiamo offrire strumenti, competenza, trasparenza e libertà di scelta. Non paure. Alle altre organizzazioni sindacali rivolgiamo pertanto un invito alla responsabilità e al rispetto reciproco. Possiamo avere strategie diverse, ma dovremmo ricordare che i diritti da difendere sono gli stessi. E quando si delegittima l’azione sindacale degli altri, alla fine si finisce per delegittimare anche la propria.