Risorse insufficienti, previdenza dedicata ridotta a 20 milioni, parte normativa assente e impegni non mantenuti: serve un cambio di passo.
Ieri 26 maggio, presso il Dipartimento della Funzione Pubblica a Roma, si è tenuto un nuovo incontro sul rinnovo del contratto 2025/2027 del Comparto Difesa e Sicurezza.
Al tavolo erano presenti i rappresentanti della Funzione Pubblica, dello Stato Maggiore della Difesa, del Gabinetto del Ministro della Difesa e le sigle sindacali rappresentative del comparto.
Per il SIAM ha partecipato una delegazione composta da Antonsergio Belfiori, Segretario Nazionale Organizzativo; Nicola Semeraro, Segretario Nazionale Area Previdenza; e Domenico Gruttadauria, membro del Comitato Direttivo Nazionale e dell’Ufficio Politico.
Il quadro emerso dall’incontro presenta criticità profonde e, allo stato attuale, non può essere considerato soddisfacente.
La posizione rappresentata dal Governo si fonda su un incremento economico di poco superiore ai 100 euro netti mensili a regime, con risorse complessive inferiori rispetto a quelle stanziate per il precedente contratto 2022/2024.
Per il SIAM questo impianto non è sufficiente.
Non lo è perché arriva dopo un triennio nel quale il personale non ha recuperato realmente il peso dell’inflazione. Il costo della vita è aumentato in modo evidente: mutui, affitti, bollette, carburante, beni alimentari e spese quotidiane hanno inciso pesantemente sulle famiglie. Gli stipendi, invece, non sono cresciuti in modo proporzionato.
A titolo indicativo, l’inflazione degli ultimi anni ha prodotto un effetto cumulato molto rilevante: nel 2022 il dato medio annuo è stato prossimo al 9%, nel 2023 intorno al 6%, mentre nel 2024 e nel 2025 il fenomeno si è ridimensionato ma non ha cancellato la perdita già maturata. Il problema, quindi, non è solo quanto si aggiunge oggi in busta paga, ma quanto potere d’acquisto è stato perso negli anni precedenti e quanto rischia di non essere più recuperato.
In questo contesto, un aumento di poco superiore ai 100 euro netti non può essere considerato una risposta adeguata.
Il SIAM ritiene inoltre indispensabile che le risorse siano utilizzate in modo strutturale. La priorità deve essere il punto parametrale, perché solo intervenendo su quella voce si producono effetti reali non soltanto sullo stipendio mensile, ma anche sul TFS e sull’importo della Cassa. Servono misure stabili, non interventi frammentati o poco incisivi.
Uno dei nodi più gravi resta la previdenza dedicata.
Su questo tema erano stati assunti impegni importanti. La previdenza dedicata era stata indicata come una risposta necessaria alla “specificità” del personale militare e del Comparto Difesa e Sicurezza: vincoli, limitazioni, impieghi operativi, trasferimenti, logorio professionale e prospettive pensionistiche sempre più penalizzanti.
Oggi, però, ci si trova davanti ad uno stanziamento di appena 20 milioni di euro.
Va detto con chiarezza: 20 milioni sono una miseria.
Non rappresentano una previdenza dedicata vera, né una risposta seria. Sono una cifra simbolica, del tutto insufficiente rispetto alla portata del problema. Qui si parla del futuro pensionistico di migliaia di donne e uomini che hanno servito o serviranno lo Stato per una vita intera.
Non si può parlare di “specificità militare” e poi destinare a questo tema risorse così irrisorie. La previdenza dedicata deve essere finanziata seriamente, altrimenti resta soltanto un contenitore vuoto.
C’è poi il tema degli impegni assunti in occasione del precedente contratto.
Il SIAM ha firmato lo scorso rinnovo contrattuale anche sulla base di un pacchetto di impegni, addendum e promesse politico-istituzionali. Non si è trattato di una firma “leggera” o “semplice” perché tutto andava bene. La firma è stata apposta su quel contratto anche tenendo conto della prospettiva che alcune cruciali questioni sarebbero state affrontate successivamente.
Il Governo ha solo in minima parte mantenuto gli impegni presi.
Questa dinamica incide oggi pesantemente sul tavolo contrattuale 2025-2027.
La previdenza dedicata non ha avuto una risposta adeguata. Le agibilità sindacali restano un tema irrisolto. Il personale militare continua ad essere rappresentato da sindacati che, rispetto al Comparto Sicurezza, operano con strumenti fortemente limitati e compressi.
Il risultato è una evidente asimmetria.
Da una parte vi è un sistema con una sindacalizzazione piena; dall’altra vi è il Comparto Difesa, dove le Organizzazioni sindacali militari rappresentano personale sottoposto a forti vincoli, limitazioni e sacrifici, ma non dispongono ancora di strumenti pienamente adeguati.
È come giocare una partita con regole diverse.
La Funzione Pubblica si era proposta come soggetto in grado di favorire un riequilibrio su questo tema. Anche su questo punto, però, servono risposte concrete e non ulteriori rinvii.
Altro elemento critico è l’assenza della parte normativa.
Ad oggi, della contrattazione normativa non c’è praticamente traccia. E questo è un limite gravissimo. Un contratto non può essere ridotto a una questione meramente economica. Deve affrontare anche nodi delicati come ad esempio qualità della vita, orari, impiego, trasferimenti, benessere organizzativo, conciliazione famiglia-lavoro, tutele, diritti sindacali e riconoscimento concreto della “specificità” militare.
Senza una parte normativa vera, il contratto resta incompleto.
Il SIAM ritiene inoltre necessario intervenire sulle indennità operative, ferme a logiche sostanzialmente risalenti al 2002. Il servizio militare di oggi non è quello di oltre vent’anni fa. Sono cambiati gli scenari internazionali, le missioni, i rischi, i carichi di lavoro e la pressione operativa nei riguardi del personale.
Le indennità devono essere aggiornate e rimodulate, tenendo conto non soltanto del grado, ma anche dell’anzianità di servizio, dell’impiego effettivo e dei sacrifici realmente sostenuti. Si può ragionare su una parte fissa e una parte variabile, capace di riconoscere meglio esperienza, impiego operativo e responsabilità.
Serve poi una revisione dell’assegno funzionale. L’anzianità di servizio deve essere valorizzata anche oltre i 32 anni. Non è accettabile che, raggiunto l’apice della carriera economica del personale non direttivo, il sistema smetta di riconoscere valore all’esperienza maturata.
Infine, resta aperta la questione del CFG, che per il SIAM deve essere abolito o, quantomeno, rideterminato nell’importo alla pari del CFI, superando differenze che il personale percepisce come ingiuste e penalizzanti.
Il SIAM non chiude la porta alla trattativa.
Ma la trattativa deve essere vera.
Non c’è nessuna fretta di chiudere un contratto “debole” solo per giungere rapidamente ad una firma. Le condizioni attuali sono insufficienti: risorse inferiori al precedente contratto, mancato recupero dell’inflazione, previdenza dedicata ridotta ad uno stanziamento misero, parte normativa assente, indennità operative ferme al passato, assegno funzionale non valorizzato, CFG ancora irrisolto, impegni precedenti non pienamente rispettati e agibilità sindacali ancora insufficienti.
Il personale del Comparto Difesa e Sicurezza non chiede privilegi.
Chiede rispetto!
Ci aspettiamo dal Governo un segnale concreto verso il Comparto poiché alle attuali condizioni, per il SIAM, il contratto non può essere firmato.