DDL del PD sui sindacati: una marcia indietro sui diritti

Il Partito Democratico presenta un disegno di legge in Commissione Difesa sui sindacati militari.  Pubblichiamo l’analisi del Segretario Generale del SIAM Paolo Melis:

Da qualche giorno è stato divulgato il testo di un nuovo disegno di legge che si propone di regolamentare le libertà di associazione sindacale dei militari. Il secondo testo marchiato PD, presentato dai Senatori D’Arienzo, Valente e Verducci. Dovrebbe essere il frutto di un confronto che lo stesso D’Arienzo ha voluto organizzare la scorsa estate con i sindacati militari già costituiti ed al quale anche noi come SIAM abbiamo partecipato.
Incontro che, stando al contenuto del disegno di legge, non sembra aver conseguito gli esiti sperati.

Infatti, sebbene in alcuni passaggi siano evidenti dei tentativi di fare dei timidi progressi, sono presenti un insieme di misure ripetutamente ritenute inadeguate e per di più, sul punto più scottante e dirimente, c’è addirittura una retromarcia incredibilmente preoccupante.
Infatti si continua a definirle associazioni professionali a carattere militare. Una formulazione particolarmente elaborata e stucchevole, pur di non doverli definire per quello che sono: sindacati.
Permane l’obbligo per i sindacati di doversi sostenere solo per mezzo delle quote associative, cosa che limiterebbe enormemente, soprattutto nella fase iniziale, la loro capacità operativa e di programmazione, soprattutto se combinata con il divieto di avere rapporti con altre confederazioni sindacali, ignorando completamente le indicazioni di segno opposto dettate dal Comitato Europeo per i Diritti Sociali (CEDS)
Si nega, inoltre,  la possibilità di interloquire con i comandanti di Enti e Reparti, quindi bloccando il confronto laddove è più necessario ed efficace, optando per non ben definite autorità a carattere regionale, decisamente inapplicabile per Forze Armate come Marina o Aeronautica.
Imponendo che la composizione numerica degli organismi direttivi sia stabilita dal Ministro della Difesa, si vuole predeterminare per legge diversi aspetti organizzativi interni dei Sindacati Militari, che dovrebbero essere invece demandati a loro scelte autonome e democratiche.
Nel consentire la costituzione di sindacati interforze si crea una disparità di rappresentatività inaccettabile con i sindacati di singole Forze Armate, dal momento in cui ai primi si chiede una rappresentatività minima di iscritti pari al 3% del personale, mentre ai secondi ne viene imposta una quasi doppia del 5%.
Si insite sul limite alla rieleggibilità delle cariche direttive, in evidente spregio dei principi di democrazia e partecipazione.
Permane la non eleggibilità per chi ha condanne in primo grado, senza creare opportuni distinguo che dovrebbero delimitare questa preclusione solo a specifiche fattispecie di reato, come quelli contro la pubblica amministrazione esponendo così i futuri sindacalisti al rischio di vedersi esclusi anche solo per un incidente d’auto o una lite condominiale. In questo modo su creano i presupposti per cui la sospensione dall’impiego potrebbe essere un facile strumento nelle mani dell’Amministrazione per liberarsi di un sindacalista scomodo, soprattutto alla luce delle modalità tutt’altro che garantiste con cui si svolgono i provvedimenti disciplinari in ambito militare.
Ancora una volta i proponenti non ritengono di dovere parificare le materie di competenza dei sindacati militari a quelle dei sindacati di polizia, limitandosi ad un mero copia-incolla di quelle previste ad oggi per la Rappresentanza Militare, con il risultato di creare uno squilibrio, in sede di negoziazione, tra i sindacati militari e i sindacati di polizia.
Nell’ambito delle competenze si emulano le medesime dinamiche che regolano oggi la Rappresentanza Militare, relegando ad un mero ruolo consultivo anche i futuri Sindacati. Questo perché non vengono previste regole di interlocuzione certe e vincolanti per entrambe le parti.
Il regolamento di attuazione della stessa legge è demandato al Ministro della Difesa ed al Ministro dell’economia e delle Finanze. Praticamente come chiedere all’oste se il vino è buono. Più opportuno sarebbe che fosse frutto di una effettiva negoziazione tra amministrazione e sindacati.
Inoltre, lasciare all’Amministrazione la redazione del regolamento potrebbe vanificare anche timide aperture presenti nel testo, come la prevista procedura di raffreddamento dei conflitti, che peccando di indeterminazione e vaghezza rischia di perdere ogni efficacia concreta e rimanere uno strumento sterile e sostanzialmente inapplicato.
Infine, l’aspetto più critico al quale si accennava in premessa, ossia quello di stabilire quale sia il giudice competente per dirimere le controversie. Nel testo, non solo non si recepiscono, neanche lontanamente, le istanze che pervengono dal mondo sindacale di poter ricorrere al giudice del lavoro, ma addirittura si fa un passo indietro anche rispetto alle posizioni già regressive delle altre proposte di legge che prevedevano di poter adire il Tribunale Amministrativo. Infatti la perla di questo Disegno di Legge è quella di assegnare la competenza per le controversie addirittura al Tribunale Militare.
Di fronte a questa posizione, che è di fatto una vera e propria dichiarazione di guerra ai diritti sindacali, crediamo che sia giunto il momento di capire quale sia il gioco del PD. Che da un lato convoca i sindacati per cercare di recepirne le istanze e dall’altro mette nero su bianco abomini simili. Che sono l’antitesi delle libertà sindacali. Evidentemente contano di più le opinioni di certi suggeritori di cui sembra essere ricca la segreteria del PD.
Il Partito del Nazareno perde ancora una volta la possibilità di mostrarsi solidale con il mondo del lavoro ed ai diritti dei lavoratori, militari nella fattispecie. Mandando, di contro, segnali di grande attenzione e vicinanza a chi dirige ed amministra, rispetto.

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